L'incredibile storia di Winter il delfino Recensione

Titolo originale: Dolphin Tale

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L'incredibile storia di Winter il delfino - la recensione

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L'incredibile storia di Winter il delfino - la recensione

Leggendo la vera storia del delfino Winter mi è sorta spontanea un'associazione di idee: mentre i pescatori giapponesi massacrano senza pietà centinaia di esponenti di questi meravigliosi mammiferi, gli americani si impegnano in massa per salvarne un solo esemplare, per giunta ferito. Non intendo fare comparazioni tra culture e modi vivendi, ma è la stessa sensazione che ho avuto vedendo il film, e pensando a quanto il cinema americano si impegni per mettere a profitto – in tutti i sensi - una storia vera, eccezionale, e farne un racconto uplifting con morale per grandi e piccoli. Senza timore di retorica, esagerazione e patetismo, mescolando lacrime, temi classici e patriottico ardore.

Non fa eccezione a questa regola L'incredibile storia di Winter il delfino, diretto da un onesto mestierante come Charles Martin Smith (autore di pochi film ma noto attore: era l'occhialuto sfigato di American Graffiti, l'agente Wallace de Gli intoccabili). Sull'ossatura della storia originale - che vale la pena di conoscere e vedere, sui siti www.seewinter.com e www.ustream.tv/winterthedolphin -, il regista confeziona quasi due ore di spettacolo (con qualche puntata nel 3D), in cui si intrecciano le vicende di due famiglie anomale, due ragazzi, un animale molto intelligente, un medico geniale e visionario, un giovane atleta rimasto disabile in guerra, l'ospedale marino di Clearwater in Florida, e molto altro.

I bambini rispondono con entusiasmo a una storia che forse non aveva nemmeno bisogni di essere romanzata per suscitarlo. Prova ne è che i titoli di coda del film, accompagnati da riprese d'archivio, tengono ancora desta la loro attenzione. Gli adulti forse soffrono leggermente i tempi lunghi e i troppi temi accumulati nel tentativo di rendere più interessante e universale una storia che è, nello spirito e nella confezione, estremamente americana.

Tutti noti gli attori, che si prestano con entusiasmo alla messa in scena del “trionfo della volontà” rappresentato dal coraggio di un animale straordinario che sceglie di vivere, anche se menomato, e diventa icona, ispirazione e simbolo per migliaia di persone, non solo disabili. Morgan Freeman, ormai nume tutelare di tutte le operazioni impegnate, interpreta anche qua un ruolo demiurgico: è il chirurgo esperto di protesi che non ha tempo per chi si compatisce, ma coi suoi modi diretti e il suo umorismo riesce a scuotere i reduci disabili che gli vengono affidati. Ashley Judd è credibile nel ruolo di madre affettuosa e sola, e Kris Kristofferson presta il suo volto sornione e immediatamente riconoscibile, al ruolo di tutto riposo del saggio nonno. Nathan Gamble, che ricordiamo bravissimo in The Mist, sta crescendo bene e rende da consumato attore la trasformazione avviata dall'amore che l'animale prova per lui, senza chiedergli in cambio che affetto e attenzione: da ragazzino solitario e triste, disinteressato alla scuola e al mondo che lo circonda, a teenager entusiasta, propositivo e vincente.

In fondo li invidiamo questi americani: invidiamo il loro ottimismo e il loro perdurante credere nel sogno a dispetto di tutto e di tutti. Anche se siamo a Hollywood, vedere tanta gente che attraversa un paese così grande in pellegrinaggio, per toccare con mano una creatura divenuta simbolo di speranza, in fondo ci fa bene al cuore. E che la tecnologia sviluppata per ricostruire la coda di questa femmina di delfino sia servita a sperimentare un materiale rivoluzionario per protesi umane, conta sicuramente meno del parallelo tra una natura sempre capace di amore e di perdono, e un'umanità che qualche volta, proprio grazie ad essa, sa riscattare i propri errori.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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